Lo Spazio in superficie - Mostre

La “Bolognina”, storico quartiere operaio di Bologna, caratterizzato ancora oggi da una forte connotazione popolare e multiculturale subirà in questi anni una radicale trasformazione urbanistica che avrà non poche conseguenze sulla vita dei suoi abitanti.

I piani di trasformazione - realizzati o ancora in fase di progettazione - che interesseranno l'intero quartiere - Sede Unica del Comune, nuovo insediamento presso l'ex mercato, centro commerciale Minganti, area Casaralta, Nuova Stazione, riqualificazione della Bolognina Est - sono illustrati dai documenti ufficiali del Piano Strutturale Comunale e su cartelloni pubblicitari, attraverso mappe, simulazioni tridimensionali, video e immagini.

Ma attraversando quotidianamente il quartiere ci si accorge che molte strade, molti luoghi, molti soggetti che costituiscono oggi la sua stessa identità non compaiono sulla scena di questo spettacolare progetto.

Il progetto fotografico

La nostra intenzione non è quella di esibire un altro spettacolo.
In questo percorso visuale all’interno del quartiere, ci siamo limitati a raccogliere “appunti di superficie”, inquadrature anonime, sguardi discreti che potrebbero essere attribuiti ad un qualunque passante.

Modalità di realizzazione

Nelle fotografie non compaiono figure umane. Poco fuori dal margine i testi, i documenti, i racconti di alcuni abitanti del quartiere ci svelano che queste immagini, pur fermandosi alla facciata delle case, ai marciapiedi, alle vetrine, già lasciano intravedere qualcos’altro. La percezione , attraverso l’assenza, di una presenza che non si può ignorare senza ricorrere alla menzogna.

Queste fotografie non sono che l’anti-camera di una realtà più profonda: lo spettacolo è altrove e gli attori non protagonisti sono rimasti nell’ombra, perché la triste commedia deve andare avanti, con o senza di loro.

Più che un’espressione artistica, Appunti di superficie rappresenta per noi l’inizio di una ricerca, una ricerca che ci sembra oggi più che mai necessaria: perché fotografare questa gente? Cosa può fare per loro la cosiddetta “fotografia sociale”? C’è ancora posto per le “storie vere” nella società dello spettacolo? Oppure le loro immagini finiranno col confondersi nel grande calderone di tutte le altre immagini?